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Roberto Vacis image maker | ROBERTO VACIS FETISH IKEBANA STATEMENT
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Fetish Ikebana
L’eterno legame tra fiori ed erotismo
di Carolina Lio

 

 

QUADRO-FETISH

Fetish Ikebana è un progetto che comprende 16 fotografie di dimensione fissa, 50×50 cm, dando l’idea di una composizione per moduli, di un ordine di fondo che rispecchia effettivamente quel rigore compositivo che deve appunto avere l’Ikebana, l’arte giapponese della disposizione dei fiori recisi.
I fiori sono, infatti, uno dei due protagonisti della serie di Roberto Vacis, mentre il secondo elemento è una figura di donna, quasi sempre a mezzo busto, che tiene in mano con sicurezza e orgoglio il suo Ikebana. Mostra la bellezza dei fiori, ma anche e soprattutto il valore metaforico di questa tecnica giapponese, che si configura come percorso spirituale collegato allo zen.
Nelle filosofie orientali l’estetica viene, infatti, considerata come uno strumento di meditazione verso la ricerca di un equilibrio emotivo.
Ed è proprio sul valore e sul concetto dell’estetica, nel suo senso più complesso e lato che si apre la riflessione dell’artista. A dialogare sono, di fatto, la bellezza classica del fiore, simbolo immortale delle ricerche stilistiche nell’arte, e il mondo fetish. Il primo percorre tutta la storia della raffigurazione umana, associato a seconda dei periodi a sensazioni e ambiti anche eterogenei tra loro: passa dall’indicare la natura al rappresentare dei Santi e dall’accompagnare la Madonna all’essere l’addobbo frivolo di prostitute. Il fetish ha, invece, un’iconografia molto meno estesa, recente, che a dire il vero riporta ad associazioni più o meno inconsce e più o meno radicate di ordine sessuale. Quando si pensa alle perversioni erotiche ci si ricollega in qualche modo sempre all’immaginario fetish, a donne vestite in latex, percorse di stringhe in cuoio, dalle curve che prorompono dai corsetti, capaci di dominare o col desiderio di essere dominate. In realtà il fetish nel suo senso più puro è molto più coreografico e prettamente visivo di quanto non si creda tipicamente. E’ una dimensione spiccatamente estetica, slegata dalle pratiche sessuali che possono nascerne: un mondo sicuramente erotico, ma legato a un viaggio visivo e sensoriale e non a delle azioni fisiche particolari. Più vicino alla meditazione di quanto non si creda, insomma.
Il Giappone è del resto considerato culla di entrambi, spiritualità da un lato e, dall’altro, quella che molti identificano come “perversione”. Il più famoso fotografo giapponese, Nobuyoshi Araki, per esempio, costruisce tutta la sua fortuna critica sull’estremizzazione dell’erotismo nipponico, attraverso lo studio della donna nelle sue espressioni fetish e bondage, comunque quanto meno maliziose, mentre afferma allo stesso tempo in alcune interviste di non sapere cos’è “il peccato”, dando così alle sue foto una sfumatura di innocenza primordiale, di istintività sessuale pura. Come in Araki, così in Roberto Vacis la strada dell’eros e quello dello zen si intersecano per essere strumenti di conoscenza che traggono ispirazione da quello che è bello alla vista, modificando l’oggetto ispiratore in base a come cambiano i tempi.
L’abbigliamento fetish è dunque visto come una sorta di contemporaneo Ikebana, dove l’essere umano dispone il suo stesso corpo, rendendolo piacevolmente sensuale e aprendo nuovi orizzonti di riflessione su come il senso del bello diventi continuamente più sensoriale ed esplicitamente legato
all’erotismo. Importante da notare che in nessuno dei due fotografi questo viene visto come un segno di superficialità, ma solo come un cambiamento, uno slittamento verso l’accettazione della dimensione sessuale nella nostra priorità estetica. Dopo queste note, il contrasto iniziale tra la fragilità del fiore e la carica sessualmente aggressiva iscritta tra le righe del fetish, sembra già affievolito. Ma si amalgama ancora di più se si pensa ai precedenti all’interno della storia dell’arte e del percorso visivo della storia dell’uomo, dove donne e fiori hanno sempre rappresentato un connubbio e un sodalizio perfetti, spesse volte con rimandi biunivoci tra loro: il fiore come simbolo del femminile, e la donna spesse volte vista come divinità naturale. Dalla Primavera del Botticelli alla Venere di Urbino di Tiziano, la storia dell’arte ha sempre confermato questa coppia di soggetti, che ha saputo rinnovarsi da un senso religioso pagano e/o cristiano a una malizia erotica, fino ad una provocazione aperta.
Alcuni degli artisti più provocatori hanno, infatti, utilizzato uno stravolgimento di questa iconografia classica per lanciare messaggi di rottura. Quale esempio più azzeccato di quello della Olympia di Edouard Manet, il quadro del 1863 che riprendeva la già citata Venere di Urbino facendone una prostituta lascivamente sdraiata mentre la sua domestica nera le porta un mazzo di fiori, probabilmente un regalo di uno dei suoi amanti? Mentre nella fotografia lo stesso abbinamento è ripreso tanto in alcuni degli scatti di ricercato erotismo di Helmut Newton, quanto nelle visioni estetiche romantiche di Jeanloup Sieff ispirate alla nouvelle vague, quanto ancora agli immaginari più crudi e sofferti di Jan Saudek. Ecco come quello che sembrava un contrasto riappare come unione, come un assemblaggio fotografico di due segni che diventano uno solo. Ad aiutare questo procedimento di fusione c’è l’isolamento visivo in cui navigano le due figure degli scatti di Vacis: lo sfondo è sempre monocromo, nero, così completamente cieco che si mischia spesse volte con i capelli della
modella, dando una continuità tra la figura e quello che vi sta oltre e tracciando
anche all’interno dei soggetti un percorso, una direzione. Il contrasto diventa in questo modo piuttosto un confronto, o meglio un’evoluzione del concetto di estasi e di estetica, due parole che hanno non a caso la stessa radice. Azzardando un paragone da prendere con la dovuta cautela, la vicinanza e la sovrapposizione che Roberto Vacis fa assumere al simbolo del fiore e alla dimensione fetish è in una certa misura paragonabile a quella sovrapposizione che Bernini aveva fatto nell’opera scultorea Estasi di Santa Teresa, dove l’estasi religiosa della Santa era unita a un erotismo evidente, non dissimulato.
L’operazione di Fetish Ikebana è, quindi, un capitolo nuovo di un gioco di contrasti provocatori con cui l’arte cerca in realtà di unire elementi del mondo che il senso comune divide. Aperture di orizzonti in cui le dogmatizzazioni vengono ironicamente e maliziosamente scardinate e in cui la sovrapposizione sperimentale di concetti apparentemente lontani crea nuove letture della realtà.