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Roberto Vacis image maker | ROBERTO VACIS DEUX SHIBARI STATEMENT
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Deux Shibari
La crocifissione in chiave contemporanea
di Carolina Lio

 

 

QUADRATO-DEUX

Lo Shibari è l’arte di legare qualcuno, una costrizione che ha a che fare colmondo erotico, ma solo in parte. Diciamo che questa accezione è quella che l’Occidente ne ha importato, mentre nella concezione originale è più che altro vicina a una pratica meditativa, come anche l’Ikebana, a cui del resto è dedicata un’altra serie fotografica di Roberto Vacis. L’artista prende in considerazione il significato originario di queste pratiche che avevano una base non solo spirituale in senso lato, ma persino religiosa. Le corde, nell’antico Giappone, erano uno strumento per legare l’uomo alla divinità, mentre lo Shibari nello specifico era nato nel 1400 come forma di incarceramento, in cui il prigioniero veniva legato in modo da risultare estetico, tenendo conto del forte significato concettuale e morale che la società giapponese collega al senso della bellezza.
Nella serie Deux Shibari c’è una fusione di questi due sensi, un anacronismo voluto che sovrappone due momenti della storia nipponica in cui la corda ha assunto due valori diversi: diventa negli scatti di Vacis sia legame con Dio, sia strumento di cattività e viene usata come mezzo per riprodurre una crocifissione contemporanea. Un Cristo, reincarnato però in una figura femminile, e due ladroni al suo fianco, sono tenuti sulla croce grazie al gioco di corde che non perde la sua terza valenza estetica ed erotica. Anzi, la crocifissione al femminile la potenzia, tracciando una linea – o una corda – che unisce passione religiosa e passione sensuale.
La vera differenza tra la crocifissione di Roberto Vacis e l’iconografia della passione del Cristo non è, però, tanto nelle questioni di genere maschile/femminile, quanto nell’intenzionalità, nel consenso del soggetto che si presta alla sofferenza e che la espone. In alcuni scatti la modella che si fa crocifiggere indossa una corona di strass e non di spine, sottolineando l’idea del finto, del gioco, della sofferenza di origine religiosa usata come provocazione ludica, erotica e sessuale. In effetti la flagellazione come strumento di sofferenza mistica e la flagellazione come pratica del BDSM, non hanno poi una gran differenza formale se non appunto la diversificazione delle intenzioni e dei presupposti. Così come esiste anche tutta un’iconografia di estasi mistiche che sembrano riprodurre immagini orgasmiche, dall’Estasi di Santa Teresa del Bernini all’opera che probabilmente la ispirò, la Maddalena in estasi di Caravaggio.
E con una fotografia caravaggesca appunto, su uno sfondo nero dove le luci arrivano per illuminare giusto la pelle e delle espressioni del viso, Roberto Vacis mette appunto a confronto queste due realtà, questi due opposti – sacro e dissacrante – rendendo manifesto come il confine tra i due sia più labile e arbitrario di quanto la società abbia mai ammesso. Un’idea che però è sempre stata in fondo latente nella storia dell’arte e che negli ultimi anni viene finalmente liberata e manifestata con più libertà dalle reticenze del credo. In queste dinamiche possono esserci a volte delle forzature esagerate, come il San Sebastiano trafitto dalle frecce e dipinto da Jusepe de Ribera che viene arbitrariamente assunto a icona del mondo gay, ma è sicuramente innegabile che la Maddalena penitente di Georges de la Tour abbia un abbandono sensuale ed è del tutto esplicita poi l’intera iconografia legata all’incesto biblico di Lot, spesso usata nella storia dell’arte come pretesto per poter riprodurre immagini scabrose, tra cui il Lot e le sue figlie di Albrecht Altdorfer.
Sulla crocifissione in particolare, il gioco del dolore/piacere diventa un tao nero/bianco, male/bene in cui i due opposti si mescolano l’uno con l’altro: sessualmente il gioco del dolore è eccitante e nel cattolicesimo la morte di Cristo equivale anche alla salvezza e alla resurrezione. Un simbolo complesso, quindi, la cui grande capacità di trasmissione di messaggi fu riscoperta in chiave metaforica e trasversale solo negli anni sessanta dai trittici di Francis Bacon Three Studies for a Crucifixion e Crucifixion. Nelle parole dello stesso artista, mentre si pronuncia sul tema della crocefissione, la definisce come «una magnifica armatura […] su cui appendere sentimenti e sensazioni tra le più diverse […] Non ho mai trovato un soggetto altrettanto capace di ricoprire certe aree del sentimento e del comportamento umano». Infatti, Bacon è probabilmente il primo ad aver lavorato in un mondo visionario davvero a stretto contatto con le scoperte psicanalitiche che hanno poi portato verso sperimentazioni comportamentali e fisiche anche estreme, come nella body art. Un esempio su tutti di una performance che può essere ricollegata alla crocefissione è Rhythm 0 di Marina Abramovic che, nel 1974, dispone su un tavolo vari strumenti di piacere e di dolore e si mette per sei ore a disposizione del pubblico, priva di volontà e di autodifesa, come se fosse – appunto – legata. Al termine della performance il pubblico le ha strappato i vestiti, le ha tagliuzzato la pelle, le ha succhiato il sangue e c’è chi l’ha difesa da tentativi di stupro anche con l’uso di armi. Il gesto importante resta comunque non tanto la reazione violenta, aggressiva e straordinariamente distruttiva dei visitatori, ma la totalità con cui l’artista si era esposta sulla cima del calvario, senza difesa alcuna.
Il lavoro di Roberto Vacis ha delle gocce di questa performatività facendo assumere a delle donne comuni di oggi un ruolo attoriale all’interno della serie. Di fatto la sua diventa una fotografia performativa in cui c’è un contatto con il pubblico di natura solo visiva, diciamo pure voyeuristica, per certi versi simile a quella di Gunther Brus che si autoritraeva dopo essersi trasformato con strumenti artificiali in una maschera di dolore e cicatrici, come per farsi appunto carico dei peccati del mondo. Ma di cosa si fanno carico le modelle di Vacis? Il Cristo e i ladroni di Roberto Vacis sono donne maliziose e consenzienti che si mettono a disposizione dell’immaginario erotico di chi le guarda, giocando col senso di desiderio e di dolore, unendo gli opposti e inscenando una coreografia programmata in cui tramite il senso della sofferenza e dell’espiazione liberano fantasie e associazioni sessuali represse dall’educazione sociale. Si fanno carico, quindi, di un lungo percorso umano di ipocrisie e di mascheramenti morali, e fanno risorgere la propria sensualità come salvezza di un inconscio rinchiuso da secoli.